domenica 11 maggio 2008

Forza outsider! Stagione vulcanica per i lettori non conformisti

Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale dell'11 maggio 2008
Orientarsi è difficile, nel mare magnum dei libri che affollano le librerie. Ne arrivano sempre di nuovi, a scalzare pile di volumi intonsi eppure destinati al macero. Pagine piene di aspettative – accarezzate da incoraggianti recensioni – destinate, nella migliore delle ipotesi, a una vita da magazzino o a girovagare tra polverose bancarelle di provincia. Per la disperazione delle case editrici, soprattutto delle piccole. E piccola, anche se autorevole – specializzata com’è in controstoria risorgimentale – è Controcorrente di Pietro Golia. Negli ultimi anni, peraltro, la casa editrice napoletana ha sviluppato un’offensiva a tutto campo aprendosi a nuovi filoni di interesse. Giuseppe Giaccio, direttore editoriale e autore del recente Storie francescane (pag. 64 € 10), ha appena terminato la traduzione de Il 68 della Nuova destra, una versione riveduta e ampliata in occasione del quarantennale dell’opera collettanea edita dieci anni fa. Tra pochi giorni – ci assicura – sarà nella mani di Golia e quindi in tipografia. Mentre tra poche settimane sarà la volta di Pensiero ribelle, il primo di tre volumi dedicati a Alain De Benoist. Definito dallo stesso intellettuale francese «il testo più importante per chi volesse avvicinarsi alle mie idee», il libro raccoglie oltre quattrocento pagine di interviste sugli argomenti più disparati. Di argomento religioso, invece, è il terzo volume di De Benoist, dal titolo provvisorio di Gesù e i suoi fratelli. Ma non è tutto. Sempre per la casa editrice napoletana è in uscita Il genio della tradizione di Marco Iacona: quaranta interviste a personaggi di spicco della cultura non-conforme italiana sul pensiero di Julius Evola. Introduzione – neanche a dirlo – di Gianfranco de Turris. Di Iacona – classe ’64, studioso siciliano con tanto di tesi su Ernst Jünger e dottorato di ricerca su Julius Evola, oltre che collaboratore di Nuova Storia Contemporanea e del Secolo d’Italia – proprio in questi giorni è in uscita anche un altro libro: 1968. Le origini della contestazione globale (pag. 160 € 10 Marco Solfanelli editore), documentatissima ricerca sulla pubblicista di destra di quegli anni.
Di un altro Sessantotto si è occupato invece Antonio Carioti, giornalista del Corriere della Sera, nel suo Gli orfani di Salò (sottotitolo: Il Sessantotto nero dei giovani neofascisti nel dopoguerra 1945-1951, pag. 296 € 17,00 Mursia). Sì, perché la tesi di fondo è proprio questa: prima di un 68 rosso ce n’è stato uno nero. Ad animarlo, nell’immediato dopoguerra, migliaia di giovani neofascisti che egemonizzano le scuole medie superiori e persino le università, guidano le più affollate manifestazioni studentesche dell’epoca, quale quella per il ritorno di Trieste alla madrepatria. Anche se rifiutano l’Italia democratica, De Gasperi ne sdoganerà ante litteram “la sincerità dell’amore di patria”. Occupano le università (a Pisa e Napoli con i comunisti) ma anche la sede nazionale del partito, contestandone la linea conservatrice. Insubordinati e ribelli, non chiedono l’autonomia politica: se la prendono. Dimostrano una capacità di elaborazione culturale che va al di là del primato dell’anticomunismo e del nostalgismo fine a se stesso pubblicando riviste di spessore.
«Un secondo volume che arrivi fino al ’56 – ci anticipa Carioti – è in preparazione e racconterà come molti di questi giovani si disperderanno tra scissioni e attività giornalistica (ad esempio Fausto Gianfranceschi e Mario Tedeschi). Il loro, però, non sarà un togliersi di mezzo. Come talpe che scavano sino a scuotere l’albero, contribuiranno a tenere viva una cultura di destra sommersa che risulterà determinante per l’affermazione elettorale di An negli anni Novanta, paradossalmente senza beneficiarne».
Rimanendo in tema di fascismo, entro settembre tornerà disponibile Fascio e Martello. Viaggio per le città del Duce di Antonio Pennacchi (Laterza, 368 pag. € 18) in una edizione più aggiornata rispetto a quella della Asefi. «Le città del duce erano 12 in tutto – puntualizza Pennacchi, autore di romanzi di successo come Il fasciocomunista (Mondadori) ma anche grande specialista in bonifiche e costruzione di nuove città – e con me sono arrivate a 140. Mi hanno copiato tutti ma le opere che vedo in giro sono solo elenchi pieni di fregnacce».
Arianna Editrice, la piccola ma combattiva casa editrice di Eduardo Zarelli, invece punta tutto sull’attualità. E cosa c’è di più attuale dell’emergenza rifiuti che vive la Campania? Così a giugno manderà in libreria Lo stivale di Barabba ovvero l’Italia presa a calci dai rifiuti di Stefano Montanari, scienziato bolognese e divulgatore di fama mondiale, affrontando con competenza la situazione attuale e soprattutto valutandone le prospettive.
Ma non si vive di soli saggi e il richiamo della narrativa non va eluso. Les afreu (Mursia) – il libro di Ippolito Edmondo Ferrario (’76), scrittore e mercante d’arte milanese, sulle “terribili” vicende dei mercenari italiani in Congo – dovrebbe vedere la luce entro l’estate. Accantonate per il momento le avventure della sua creatura letteraria – il detective-gallerista Leonardo Fiorentini, protagonista de Il pietrificatore di Triora e Il collezionista di Apricale (2006 e 2007 Frilli editore) – e le ricerche che hanno dato vita a Milano Sotterranea e misteriosa (scritto con Gianluca Padovan, Mursia 2007), Ferrario è occupatissimo nell’ultima revisione del testo. Aspettiamo.
Appena uscito è Morire è un attimo (pag. 240, € 14, Edizioni Angolo Manzoni), primo romanzo del torinese Giorgio Ballario, (’64), già redattore de Il borghese e dal ’99 a La Stampa. Location: l’Africa “italiana” del 1935. Un noir incalzante significativamente ambientato – come ha scritto nella prefazione Domenico Quirico - «in luoghi che nessuno scrittore italiano, al contrario di quanto accaduto in Francia e Inghilterra, ha mai ritenuto sfondo efficace e profondo da poter leggere in controluce quanto estremo e forte fosse il mutare del nostro paese».
A cavallo tra il noir e il romanzo storico è anche Congiura (pag. 408 € 18 Mursia), la quarta prova di Davide Mosca. Nato a Savona nel ’79 e milanese d’adozione, una laurea in Storia antica, Mosca si è cimentato a lungo con il pugilato prima di dedicarsi a tempo pieno all’editoria e alla scrittura. Ha esordito nella narrativa nel 2001 con Le parole che cadono nel vuoto non fanno rumore e con Mursia ha già pubblicato Silla. Il figlio della fortuna (2003) e Silla Imperator (2006). Stavolta, però, a occuparsi – su mandato di Cicerone – della congiura più famosa di tutti i tempi, quella di Catilina, è il giovane e disincantato detective Mamerco Mamilio, un Marlowe ante-litteram, una sfortunata canaglia che spende tutti i suoi soldi in donne e libri e si aggira in una Roma buia, marcia, fra bordelli, palestre e taverne in un romanzo che contamina un’originale ricostruzione della Roma repubblicana con seducenti atmosfere moderne.
«Dichiaratamente tolkieniano» è il romanzo fantasy Il Regno Nascosto di Gabriele Marconi ed Enrico Passaro (pag. 368 € 18,50 Dario Flaccovio Editore), atteso in libreria per il 12 maggio. L’idea della storia, nata nel 1983 e ispirata a una canzone di Marconi scritta nel 1982, Il Regno dei Nani, venne annotata dallo stesso Marconi su un taccuino per poi essere rielaborata recentemente a quattro mani. «Si tratta di un omaggio a Tolkien – ci ha spiegato Marconi, direttore responsabile del mensile Area e apprezzato narratore di Io non scordo, romanzo pubblicato dal Settimo Sigillo di Enzo Cipriano e poi ristampato da Fazi nel 2004 – e le vicende sono ambientate nella IV Era, naturalmente adattata, con ricordi di personaggi del Signore degli Anelli in filastrocche, leggende e canzoni. Nel libro ce ne sono quattro, tre mie e Tramonto di Francesco Mancinelli». La trama è nel viaggio: Althorf e i suoi due nipoti, Vitur e Tekkur, sono gli unici Nani rimasti nel villaggio di Cuterbor. Dopo aver condiviso il mondo con gli Uomini abitando quartieri all’interno delle loro città, i Nani hanno infatti deciso di tornare ai tempi antichi, lasciando le loro case per cercare un luogo adatto a ricostruire il loro regno.
Impastato di realtà, invece, e in libreria da pochi giorni, è Contronatura (pag. 464 € 18 Bompiani), l’ultimo romanzo di Massimiliano Parente (Grosseto, 1970), collaboratore di punta delle pagine culturali di Libero. Il libro è all’altezza delle aspettative: la scrittura è tagliente, irriverente eppure comica, paradossale nel raccontare le peripezie di uno scrittore che vuole diventare un autore tv e che per mettersi in luce combatte proprio la tv in un mondo dai valori rovesciati.
La Marsilio non sta a guardare e il prossimo luglio ripropone – salvandolo dal destino ingeneroso di remainders Mondadori – Parenti lontani di Gaetano Cappelli (€ 9,50 416 p.), giudicato tra i migliori cinque libri del 2000, il più bel romanzo sul sogno americano visto da un giovane meridionale, Carlo, diviso tra l’amore per le radici e il richiamo di quel grande continente. «Mio padre – ci ha raccontato Cappelli – aveva fatto di una celebre frase di D’Annunzio il suo motto personale: “Ama il tuo sogno se pure ti tormenta”. I sogni vanno coltivati e quello americano rimane, senza dubbio, il più grande di tutti».
Bisognerà aspettare agosto – invece – per leggere La città perfetta (€ 17,60 450 p. Garzanti) di Angelo Petrella, trentenne autore napoletano di Nazi Paradise e Cane rabbioso (Meridiano Zero) che, come nella migliore tradizione noir, maneggia disinvoltamente uno stile duro e corrosivo in cui si mescolano Quentin Tarantino con Abel Ferrara, la cultura pop con il bianco e nero del neorealismo. Céliniano per esplicita ammissione, Petrella si misura con la sanguinosa guerra dei piccoli boss della camorra negli anni in cui il movimento della Pantera occupa scuole e atenei.
Per chi non volesse pazienzare, infine, c’è Mani nude (pag. 430 € 19 Rizzoli) – iniziazione alla violenza di un moderno gladiatore in uno scenario che richiama il Fight Club di Palahniuk – della milanese Paola Barbato (’71) sceneggiatrice storica di Dylan Dog al suo secondo romanzo dopo la bella prova di Billico (Rizzoli 2006). Oppure ci si può tuffare nel primo romanzo di Sergio Caputo, Disperatamente e in ritardo cane (pag. 286 € 15,50 Mondadori), esilarante autobiografia “fictionalizzata” dell’artista che con il suo inconfondibile swing e canzoni come Sabato italiano e Italiani mambo ha seppellito definitivamente la stagione della musica ideologica degli anni Settanta. Sergio Caputo presenterà il libro il 22 maggio a Milano (libreria Fnac di via Torino, ore 18) e il 23 maggio a Roma (libreria Mondadori in via del Corso, ore 18.30). Nell’occasione, per muoversi nella Capitale, si consiglia la Guida “senza luoghi comuni” S.P.Q.R. Sacri e profani questi romani (Edizioni Sonda) di Giuliano Compagno (’59), vulcanico autore di ben 17 volumi tra saggistica, comica e narrativa, tra cui i romanzi Generazione zero, L'assente, Il sesso è una parola, Memoria di parte sino ai più recenti Critica della ragion pubica e Siamo come negozi (Coniglio editore). La Guida - «scritta durante il giovedì nero di Wall Tort (Muro Torto), quando sono rimasto incolonnato nel traffico per tre ore e venti minuti mancando dodici appuntamenti filati, record europeo» - è una rilettura in chiave autoironica di una città nei cui confronti Compagno ha «un approccio critico che muta in vera e propria adorazione quando la insultano». Perché si sente intimamente romano in almeno sei occasioni: «Quando gusto una carbonara; quando vedo un film con Aldo Fabrizi; quando leggo i versi che Dante dedicò a Traiano; quando Roma o Lazio espugnano San Siro; quando contemplo un’immagine di Silvana Mangano e quando in qualsiasi parte del mondo posso dire “Sono di Roma!” e tutti capiscono da dove vengo».

Massimo Bubola, inseguendo l'emozione collettiva (di Federico Zamboni)

Articolo di Federico Zamboni
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale dell'11 maggio 2008
Gli fanno una domanda banale, ma di quella banalità di cui un intervistatore fa bene a farsi carico, visto che in un modo o nell’altro conduce a risposte rivelatrici. Rivelatrici nella sincerità e nell’intelligenza. Oppure nella menzogna. E nell’ottusità.
Gli chiedono: «cosa avresti fatto, se non avessi fatto il musicista?». Lui non ha bisogno di pensarci su. Forse glielo hanno già chiesto. Forse, se l’è già chiesto da solo. «Avrei potuto fare il falegname. Fare un tavolo che sta in piedi è già una bella riuscita». E poco dopo – dopo aver ricordato che «tanti ragazzi vedono la musica come una scappatoia, una soluzione d’emergenza per “svoltare”», mentre invece «la musica è una disciplina seria, un’applicazione dura» – stringe in uno stesso nodo i capi della sua storia reale di artista e della sua ipotetica attività di artigiano. Con soddisfazione, con consapevolezza, con orgoglio, aggiunge: «ho scritto canzoni che dopo vent’anni ancora durano, come un buon tavolo».
Vent’anni. Ma anche di più, in realtà. Se il primo album, Nastro giallo del 1976, è a detta dello stesso autore ancora «acerbo ed eccessivamente letterario», già nel ‘78 arrivano le splendide canzoni scritte a quattro mani con Fabrizio De André, per Rimini. Canzoni come Coda di lupo, come Andrea, come Sally, come Parlando del naufragio della London Valour. Canzoni che nascono da una collaborazione assolutamente paritaria (benché tuttora non sufficientemente conosciuta, e riconosciuta, dal grande pubblico) e che saranno utilissime a entrambi. A De André per aprirsi a nuovi linguaggi, sia verbali che sonori. A Bubola per iniziare a temprarsi nell’ingrato lavoro della riscrittura: prendere un’idea – una propria idea – e osservarla criticamente, chiedendosi se è davvero così buona da meritare di essere espressa in forma artistica; prendere le proprie parole, intrise di ambizione poetica, e sottoporle a un riesame severo, fino all’estremo sacrificio di eliminarle.
Tutt’altro che facile, anche essendo convinti che sia giusto e necessario. Ancora più difficile se, come nel caso di Massimo Bubola, ci si muove in una dimensione che è a metà strada tra istintività e consapevolezza. L’istintività del folk, che è poi la stessa del rock più autentico, e la consapevolezza di un approccio più meditato e riflessivo. Più colto, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che ne possono derivare.
«Ho cercato di dare al rock una valenza letteraria, perché ai miei tempi il rock era qualcosa di adolescenziale, senza pretese. In un certo senso ho cercato di dare un contributo italiano a questa grande musica che è il rock.»
Il rock che, più o meno da sempre, è così maledettamente esposto al rischio di perdere le sue motivazioni essenziali, riducendosi a replicare all’infinito il proprio Abc. Batteria onnipresente & basso schematico. Assolo di chitarra elettrica & voce strillata. Una visceralità troppo esibita, troppo deliberata, per essere credibile. Una ripetizione che degenera facilmente (fatalmente?) nello stereotipo. Nel kitsch. Nella parodia involontaria.
Ciò che manca, al di là di ogni carenza del prodotto finale, è un’ispirazione adeguata: l’ispirazione che deriva da un coinvolgimento profondo e diretto. Esistenziale, in una parola.
La grande forza del folk era questa: la creazione individuale si iscriveva in una sensibilità diffusa e condivisa, la personalità del singolo si alimentava di esperienze collettive. Sedimentate nel tempo. Avvalorate dagli sforzi di intere popolazioni. Moltissimo lo si viveva in prima persona; il resto lo si assorbiva dal proprio habitat, in una successione di cerchi concentrici che univa l’individuo alla famiglia, la famiglia alla comunità.
«Nel folk ci sono le nostre radici, e quello che ha radici ha anche fronde. Se no, è solo un cespuglio che rotola: questo è il pop, oggi.» Primo cardine: le affermazioni di principio. Secondo cardine: la memoria personale. «La mia è una famiglia patriarcale di Terrazzo (VR), della bassa, e da piccolo ho vissuto in un contesto fatto di sei famiglie intorno ad una corte con al centro la casa del nonno. Quando c’erano le feste agresti, dopo i balli, quando tutti erano un po’ “carburati”, si faceva silenzio intorno e gli anziani si mettevano a cantare le canzoni di guerra e piangevano. Era un momento di grande commozione collettiva. Lì ho capito che la canzone può avere una capacità emotiva ed epica straordinaria. I capifamiglia non piangevano mai, nemmeno ai funerali, ma cantando quelle canzoni lì, sì. Sul Ponte de Priula sono morte 20.000 persone in pochi giorni, sull’Ortigara 30.000; gli anziani avevano una visione della vita apocalittica. Nessuno affrontava il discorso, c’era grande rispetto e un pudore tale per cui nessuno chiedeva mai: ma perché il nonno piange?»
Così, nel 2005, Quel lungo treno è tutto dedicato alla Prima Guerra mondiale. E soltanto oggi, dopo il libro-cd Neve sugli aranci, uscito nella primavera del 2006, arriva l’album che riprende il filo della produzione abituale, impastata di folk e di rock, perennemente in bilico tra delicatezza e crudeltà. La delicatezza dei sentimenti che sbocciano, o dei ricordi che li rievocano. La crudeltà degli amori che diventano trappole fatali: a volte per entrambi, più spesso per uno solo dei due.
L’ultimo episodio, nel 2004, era stato Segreti trasparenti; il nuovo lavoro, Ballate di terra & d’acqua, cambia la quasi totalità dei musicisti ma mantiene la stessa rotta: tracciata su un mare, di sensazioni e di storie, che di volta in volta può apparire calmo o agitato, ma che è comunque attraversato da un’oscura corrente di fatalismo. Un presagio di tempesta che non permette a nessuno, anche nei momenti più luminosi, di abbandonarsi a una totale spensieratezza. In qualsiasi momento, che ci piaccia o no, le acque su cui navighiamo potranno cambiare il loro umore e il nostro destino. E allora, come si cantò trent’anni fa nel succitato Parlando del naufragio della London Valour, «il vento si farà lupo; il mare si farà sciacallo».

sabato 10 maggio 2008

La Spagna del '38 sotto gli occhi di Max Friedman (di Giovanni Tarantino)

Articolo di Giovanni Tarantino
Dal Secolo d'Italia di sabato 10 maggio 2008
Arriva in libreria il terzo e ultimo tomo di No pasaràn, (Lizard edizioni, pp. 72, ill. , rilegato, euro 19), il fumetto sulla guerra civile spagnola del ’38, realizzato da Vittorio Giardino. E la conclusione dell’avventura vede come sempre protagonista Max Friedman, questa volta nella Barcellona del ’38, nella fase conclusiva del conflitto civile spagnolo, tra ambientazioni suggestive ed evocative, e rappresentazioni realistiche della monumentalità sacrale di Antoni Gaudì.
Il capoluogo catalano è sconvolto dagli attacchi aerei: Max Friedman è una delle tante spie al servizio del generalissimo Franco, una «spia suo malgrado», che si scontra con alcuni vecchi compagni d’arme cui lo separano dissapori mai sanati, lotte interne nelle varie fazioni politiche in cui chiunque può essere sacrificato in nome della lotta politica, piccole e grandi meschinità esasperate dalla situazione bellica. Sembra proprio il riecheggiare di quella guerra, sanguinosa e fratricida, leggibile da sempre sotto la duplice ottica, offerta da autorevoli scrittori come Ernest Hemingway, George Orwell o Robert Brasillach, che al conflitto civile spagnolo hanno dedicato pagine bellissime in diversi loro scritti. Brasillach, ad esempio, si recò in Spagna durante la Guerra civile, insieme al cognato Maurice Bardèche, con cui scrisse una bellissima Storia della Guerra Civile Spagnola.
Un riassunto introduttivo inserisce pienamente il lettore nel contesto in cui si svolge l’avventura di Friedman: questo consente di potere immedesimarsi nell’avventura raccontata dal fumettista bolognese anche senza conoscere le due storie precedenti. In questo tomo conclusivo è possibile apprezzare anche alcune novità stilistiche introdotte da Giardino: rispetto ai primi due volumi, Rapsodia ungherese e La porta d'oriente (entrambi pubblicati dalla Lizard), l’autore utilizza le vignette come quinte teatrali dove i personaggi si muovono mentre lo sfondo rimane immobile, e proprio qui sono riconoscibili i segni tangibili e i simboli della città in cui è ambientata la storia, come Casa Milà o Casa Battlò.
Oppure riesce a collegare con straordinaria semplicità più vignette con un’unica onomatopea degli allarmi antiaerei per dare un maggior senso di oppressione. Del resto Giardino non è nuovo alle innovazioni nel campo della rappresentazione fumettistica: avviato alla professione di ingegnere elettronico con buon successo, ad un certo punto della sua vita decise di fare della sua passione, il fumetto appunto, il suo mestiere. Seppe fronteggiare le difficoltà degli inizi, quando sembrava che i suoi mezzi espressivi non fossero eccezionali, assumendo con il passare del tempo una raffinatezza nell’esecuzione della “linea chiara” sempre maggiore.
Così, via via, Giardino si è andato affermando dapprima in Italia, poi in Francia, fino a raggiungere la notorietà anche negli Stati Uniti. Recentemente la sua brillante carriera è stata ricordata anche da Sergio Rossi su La Stampa: «Si potrebbe scoprire che già nel 1982, quando apparve la prima storia di Max Friedman sulle pagine della rivista Orient Express c'era già chi pensava a fare «romanzi a fumetti», dove con la parola «romanzo» si intendeva, ieri come oggi, una narrazione più ampia e articolata che fornisse parole e immagini per dare un nome alle cose intorno a sé».
Un’idea di narrazione, quella di Vittorio Giardino, che rende perfettamente l’idea dell’innovazione apportata dall’autore: quella di volere creare un proprio immaginario utilizzando le sole enormi potenzialità narrative che un mezzo come il fumetto può esprimere. Un romanzo storico sotto forma di immagini.
Giovanni Tarantino è nato a Palermo il 23 giugno 1983. Collaboratore del Secolo d’Italia, si è laureato in Scienze storiche con una tesi dal titolo Movimentisti. Da Giovane Europa alla Nuova destra.

venerdì 9 maggio 2008

Neorealismo addio, è l'ora dell'epica (di Errico Passaro)

Articolo di Errico Passaro
Dal Secolo d'Italia di venerdì 9 maggio 2008
Chiamale, se vuoi, nuove tendenze: in America, forse imbeccati da qualcuno, si sono inventati la “nuova epica italiana” e subito l’abbiamo reimportata fra squilli di tromba, con il solito provincialismo di chi ha bisogno di aperture di credito straniere per rendersi conto del valore delle opere nazionali. Wu Ming, su la Repubblica, ha parlato di «uno smottamento che getta in crisi ogni etichetta», di «“epica” nel senso di coralità, narrazioni ampie e a lunga gittata, che mettono in questione la storia e il futuro, si reggono sulla tensione tra complessità e dimensione popular, sperimentano con punti di vista inconsueti storie alternative, costruzioni di mondo, e nel farlo cercano costantemente la comunità, il dialogo con i lettori…».
La “nuova epica italiana” nasce dal «lavoro sui “generi”, dalla loro forzatura, ma non è più la vecchia contaminazione, c’è uno scarto, si va oltre…». Sulle stesse pagine torna a parlare dell’argomento Carlo Lucarelli, occupandosi del «fascino della frontiera, della sfida con un nuovo far west. Una nuova frontiera che non è soltanto fisica (nuove ambientazioni, nuovi mondi da creare e esplorare), e non è soltanto narrativa (nuove trame, nuove avventure, diverse tecniche di montaggio, temi ed emozioni estreme), ma è anche stilistica (parole nuove, nuove costruzioni in quelli che i Wu Ming chiamano i romanzi mutanti)».
Wu Ming menziona come esempi di questo nuovo orientamento Camilleri, Lucarelli, Carlotto, Genna e De Cataldo, Evangelisti, Saviano, Scurati, Santi, Guarnieri. In particolare, a nostro modo di vedere, vanno citati il Lucarelli de L’ottava vibrazione, tentativo di tradurre in un epopea, senza sbrodolature retoriche, l’avventura coloniale italiana; il Carlotto di Cristiani di Allah, una storia di flotte e di uomini, di città e coste, di cristiani e musulmani che si incrociano tra guerre e traffic; il Genna di Dies Irae, dove si riscrivono gli ultimi venti anni di storia italiana da Vermicino all’ascesa di Berlusconi sulla base di un’ipotesi paranoide; l’Evangelisti de La luce di Orione e di tutto il ciclo di Eymerich, in cui la fantascienza si coniuga con il romanzo storico; naturalmente, il Saviano di Gomorra, che mette insieme “pamphlet” di denuncia e diario romanzato; il Wu Ming 4 di Stella del mattino, dove le vicende avventurose di Lawrence D’Arabia s’incrociano con quelle di insospettabili cattedratici come John Ronald Reuel Tolkien, Clive Staples Lewis e Robert Graves. A quelli fatti aggiungeremmo almeno altri due nomi: Alan D. Altieri, che, nella trilogia di Magdeburg, rivisita non casualmente le atmosfere storiche del Qdi Wu Ming con uno stile secco da “hard boiled” ed una strizzata d’occhio ai film di arti marziali alla Bruce Lee; e Gianfranco Nerozzi, con i cicli di Crifly e Resurrectum, in cui l’horror sovrannaturale con venature “splatter” si fonde in un’inedita combinazione con il “thriller” poliziesco e con la narrativa di anticipazione.
Oltre a loro, tutta la nuova generazione di scrittori di fantascienza, che, andando al di là del genere, si propongono come sovvertitori delle patrie lettere: pensiamo ai Connettivisti riuniti intorno a Giovanni Di Matteo, di cui il Secolo si è occupato in tempi non sospetti e che, a questo punto, trovano la loro naturale collocazione in questa “nuova epica italiana”.
Per non parlare degli scrittori italiani di fantasia eroica, che, da Zuddas e Cersosimo fino a Licia Troisi, tengono alta con i loro romanzi di cappa e spada magica il vessillo dell’epica in costume e del Medioevo fantastico in stile Tolkien. Ma è poi davvero così “nuova” questa epica italiana? O non sarà forse che, per la prima volta, qualcosa ha rotto il conformismo intellettuale che ha soffocato come una cappa la cultura italiana del dopoguerra, rivelando una vena carsica che non ha mai cessato di percorrere la produzione artistica nazionale?
È strano, e tuttavia, piacevole, sentire oggi parlare di “epica” da intellettuali dichiaratamente schierati a sinistra, quando per anni era stato un termine tabù, che evocava, più che i partigiani della resistenza, i fantasmi degli arditi, dei legionari fiumani, dei repubblichini, dei ragazzi dei Campi Hobbit. Solo qualche anno fa, “epica” era un’espressione che rimandava immediatamente all’immaginario più cupo e funerario dell’estrema destra, quello che, per intenderci, faceva l’appello ai caduti con stentorei «Presente!»; oggi, senza dichiarare le ascendenze originali del termine, la sinistra intellettuale sdogana e rivendica a sé una concezione della letteratura di vasto respiro, adatta anche al mercato internazionale, in cui l’azione adrenalinica e le famose “tre S” (sesso, sangue, soldi) si compongono senza scandalo con l’introspezione psicologica, il bozzetto sociologico e il pistolotto ideologico.
La novità è che la letteratura italiana, appiattita per decenni sul romanzo borghese di moraviana ispirazione, si è forse liberata delle angustie delle “quattro camere e un tinello” e si è proiettata negli spazi aperti dell’avventura esotica, dell’invenzione tecnologica, dell’intreccio storico, fino a quel momento liquidate come “americanate” rozze per rozzi lettori. È il caso di lasciare agli ultimi arrivati un patrimonio letterario che per decenni, a causa della trinariciuta critica di regime, non ha avuto corso legale nel nostro Paese?
Errico Passaro, Ufficiale dell'Aeronautica Militare, dottore in giurisprudenza, è giornalista pubblicista. Ha pubblicato su testate e collane professionali un saggio in volume, oltre 100 racconti e cinque romanzi: Il delirio, Solfanelli; Nel solstizio del tempo, Keltia; Gli anni dell'aquila, Settimo Sigillo; Le maschere del potere, Nord; Inferni, Secolo d'Italia.

Giorgia, icona della svolta giovane e antiretorica (di Michele De Feudis)

Articolo di Michele De Feudis
Dal Secolo d'Italia di venerdì 9 maggio 2008
Giovane ma non giovanilista, istituzionale ma non paludata, sobria ma non pallosa, Giorgia Meloni sarà la donna giusta al posto giusto nel governo Berlusconi. Ministro più giovane della storia repubblicana, dopo esser stata il più giovane vicepresidente della Camera, la Meloni guiderà il dicastero delle Politiche giovanili con l’agilità con cui ha attraversato lo stivale al volante della sua Mini Cooper, e con lo stesso decisionismo con cui ha guidato il movimento giovanile e le sedute parlamentari (quando richiamava all’ordine senza tentennamenti anche vecchi soloni di Montecitorio).
«La responsabilità di essere un giovane ministro? Certo che la sento. In un’Italia nella quale i trentenni troppo spesso sono considerati inadeguati a ricoprire incarichi di responsabilità – spiega – la mia nomina è molto più che un segnale in controtendenza. È una rottura rispetto a una vulgata che voleva i giovani esclusi dalla possibilità di dare un senso alla propria voglia di cambiamento. È questa la scommessa di una classe politica che vuole investire sul futuro».
E sul suo blog sottolinea che «è una sfida che raccolgo volentieri, per rispetto della mia storia personale e nell’interesse di tutti gli italiani». La Meloni è un simbolo dolce della nuova Italia sancita dalle elezioni d’aprile, di una nuova politica che finalmente metterà in soffitta pletoriche elucubrazioni sull’altezza dei tacchi e sulla marca delle borse delle onorevoli. Interpretando lo spirito del tempo e la voglia di evitare di incorrere nel forcone dell’antipolitica, questa legislatura sarà caratterizzata da un profilo differente, di concretezza e discrezione insieme.
Al punto che la povera Maria Laura Rodotà, meno brillante del solito dopo la sconfitta veltroniana (ma in compagnia dello spuntato vignettista Vauro, ormai privo di ispirazione), per tracciare un profilo del neoministro, non può che rifugiarsi – sul più importante quotidiano italiano – in qualche citazione scopiazzata da Wikipedia.
Giorgia avrà le deleghe che furono della newyorkese chic Giovanna Melandri, a cui i ragazzi di Azione Giovani dedicarono un sito, “La Melandrina”, per satireggiare sul suo immobilismo. E a colei che l’ha preceduta – che ha avuto più attenzione per la sua vacanza, prima negata e poi ammessa, in Kenia ospite di Flavio Briatore che per i suoi atti politici nel governo Prodi – riserva garbate parole di stima. «Nessuna continuità sul piano dei valori e della pratica – chiarisce subito – ma grande attenzione per l’impegno della Melandri nel dare risposte ai problemi giovanili. Insomma ci ha messo tanta serietà, pur proponendo soluzioni che da destra non abbiamo mai condiviso».
Una volta ufficializzata la sua nomina, la prima telefonata l’ha riservata alla mamma, poi è stata sommersa da telefonate dei militanti di Ag di tutta Italia. E non ha nessun dubbio quando dedica questo traguardo politico «ai tanti ragazzi del Fronte della gioventù, a quelli che non sono più con noi, e ai ragazzi del movimento giovanile che hanno lastricato di passione patriottica tutte le strade d’Italia».
Giorgia di strada tanta ne ha fatta da quando iniziò a militare nel nucleo della Garbatella (anche il blog personale giorgiameloni.garbatella.it è legato irrimediabilmente e con orgoglio all’identità territoriale). «E mettiamo in chiaro una cosa – ci scherza su – prima dei Cesaroni, sono stata io a sdoganare il mio bel quartiere». Sottintesa c’è una dichiarata disponibilità a recitare, prima o poi e sempre dopo gli impegni istituzionali, un cameo nella fortunata serie televisiva. Al nuovo incarico, la Meloni si approccia senza retorica e con la consapevolezza di mettere mano in un ambito che conosce approfonditamente. «La condizione giovanile non può essere affrontata con slogan e improvvisazione – ribatte – perché c’è una intera generazione afflitta da una pericolosa precarietà esistenziale, che passa dal problema degli affitti alle aspirazioni di vita limitate dalle difficoltà professionali. L’impegno di questo governo sarà nel produrre risposte non settoriali, ma espressione di una visione globale delle tematiche giovanili. In questo quadro organico lavoro e diritto alla casa saranno priorità monitorate costantemente».
La burocrazia ministeriale, ben presto, dovrà fare i conti con i ritmi serrati di lavoro del presidente di Azione Giovani che scadenza implacabilmente sui quadernoni a quadretti le tappe della sua giornata di lavoro. Per il movimento giovanile della destra, la nomina a ministro della Meloni è un successo straordinario, e una implicita assunzione di responsabilità. «Ag è stata un importante laboratorio della politica italiana al pari del Fronte della Gioventù – aggiunge – e continuerà ad esserlo anche in futuro. Il futuro della nostra organizzazione? Lo sceglieremo insieme, con i tanti militanti e dirigenti che quotidianamente hanno dato forza ed energia al progetto della destra di governo». L’ultimo ministro donna di An, nel primo governo Berlusconi, era stata Adriana Poli Bortone. E alla senatrice leccese la Meloni dedica l’ultimo pensiero: «È la più bella espressione delle donne di destra: sarà un punto di riferimento e una bussola per me e per tutto il partito».
Michele De Feudis è giornalista e scrittore, collaboratore dell'Ansa e del Secolo d'Italia. Scrive di libri, cinema, politica e calcio per quotidiani nazionali. Ha curato il libro Tolkien, la Terra di Mezzo e i miti del III millennio, edito da L'arco e la corte (Bari).

martedì 6 maggio 2008

Ma non era pacifista quell'eroe (di Pierluigi Mennitti)

Articolo di Pierluigi Mennitti
Dal Secolo d'Italia del 1 maggio 2008
A Berlino il mito è tornato. Almeno sugli schermi cinematografici. A suggellare, novant’anni dopo il suo ultimo volo, la riappacificazione della Germania con il lato eroico – anche se militaresco – della sua storia. Il mito è quello del Barone Rosso, come era soprannominato in Inghilterra, o Diavolo Rosso come era temuto in Francia. Manfred von Richthofen, l’eroe di guerra prussiano che a bordo del Fokker DR1 e a capo di una flottiglia di 80 pazzoidi volanti, infiammò i cieli di Francia e Inghilterra e i cuori delle fanciulle tedesche. Purtroppo la storia raccontata dal regista e autore Nikolai Müllerschön non centra davvero l’obiettivo e si abbandona per lunghe fasi a un polpettone rosa.
Novant’anni dopo, dunque, la storia trasportata sullo schermo si colora di epopea e dolcezza e si adegua ai tempi non più marziali di un paese che a lungo ha voltato le spalle al proprio passato. Il volto, la voce e l’anima del Barone Rosso è quella di Matthias Schweighöfer, ventisettenne astro nascente del ritrovato cinema tedesco, capelli biondi, lunghi e scarmigliati, occhi grigi languidi e sognanti, una voce elastica e suadente già prestata a un genere che in patria ha un incredibile successo: gli audiolibri. Schweighöfer una cosa in comune con il personaggio che interpreta ce l’ha: fa sognare adolescenti e ragazze tedesche, che hanno trovato un mito di celluloide da adorare in patria. Ed è su questo aspetto (hollywoodiano, se si vuole) che Müllerschön insiste troppo, preoccupandosi soprattutto di sfumare gli aspetti patriottici e crudeli della guerra in una melassa romantica. Il suo pubblico, comunque, lo ha trovato. E nella serata della prima, sotto il tetto futurista del Sony Center, ce n’erano a centinaia di teen ager adoranti, arrampicate sulle transenne per osannare il protagonista e gridargli amore eterno. Neppure davanti al tappeto rosso della Berlinale, ad attendere gli idoli americani lo scorso febbraio, ce n’erano così tante. D’altronde il giovanottointerpreta alla perfezione questo Barone Rosso postbellico, gentiluomo, ricco e aristocratico, amante del suo aereo e dell’avventura, responsabile verso i suoi uomini e in fondo nemico leale di inglesi e francesi volanti. Gli storici non concordano su questa versione addolcita del personaggio, fair play a parte. Ma la storia, riletta decenni dopo, si colora – come detto – dello spirito del tempo. E la Germania di oggi sembra disposta a ritrovare i suoi miti a patto di diluirli un po’ nelliquido sciropposo del politicamente corretto. [Continua su walking class]

Se Caputo ricomincia da tre (di Luciano Lanna)

Articolo di Luciano Lanna
Dal Secolo d'Italia di martedì 6 maggio 2008

«Sono i clichè che mi mandano in bestia: sul sesso, sulla cucina, sull’arte, sui vini, sugli uomini, sulle donne…». Ma anche sulla politica, sui rapporti, sul futuro del mondo, sul globalismo, sulle cose che devono essere così o colà… mi fanno incazzare le… opinioni troppo categoriche, la mancanza di flessibilità, di possibilismo…». È evidente la vocazione non-conformista, sia del protagonista del libro che dell’autore. E cominciamo dal personaggio di fantasia. Max Paesani, ex pop star di successo degli anni Ottanta si è ritirato da anni in California, torna in Italia ogni anno per una piccola tounée, e solo in quei giorni ridiventa quello di una volta: in jeans, giubbotto di pelle, Ray-Ban e la chitarra in mano.
L’autore non è da meno: Sergio Caputo, in questo suo primo romanzo – Disperatamente (e in ritardo cane), Mondadori, pp. 286, euro 15,50 – mescola del resto verità autobiografica e guizzi di fantasia per raccontare l’epopea di un personaggio che – come si legge sul risvolto di copertina – «gli assomiglia molto». E con questa riuscitissima prova narrativa il cantautore romano inaugura una sua terza fase, dopo quella dei successi swing degli anni Ottanta – Sabato italiano, Bimba se sapessi, Italiani mambo, Spicchio di luna, L’astronave… – e gli anni californiani da affermato musicista jazz. «Il peggio sembra essere passato» cantava Caputo già nel 1983 fotografando una situazione in cui, dopo gli anni dell’impegno a tutti i costi e a tutte le ore, arrivavano finalmente sabati qualunque e notti che, come dirigibili, iniziavano a portarci via lontano. Erano quelli gli anni di un «adorato popolo della notte che come me – scrive adesso il cantautore nel suo romanzo – cominciava a strisciare fuori dai suoi recessi sepolcrali intorno alle 23, per farvi ritorno solo un’attimo prima dell’alba. Una generazione incompresa di vampiri romantici che si mordevano esclusivamente fra loro e s’innamoravano gli uni degli altri giurandosi di non cambiare mai, solo per ritrovarsi, quasi trent’anni dopo, dispersi e inariditi in chissà quale pianeta della galassia, prigionieri come me nella vita di qualcun altro…».
Ecco, prima di qualsiasi altra cosa, Disperatamente (e in ritardo cane) è un omaggio appassionato alla generazione di chi oggi ha pressappoco 50 anni. «Un ventenne nel cervello di un uomo di mezza età» si definisce il protagonista del romanzo, che ricorda con nostalgia la sua giovinezza: «… quando la mia esistenza era incredibilmente facile e nel futuro c’erano solo promesse. Erano gli anni Ottanta, nel bene e nel male. E tutto poteva ancora essere, tutto poteva ancora succedere. E, poi, semplicemente, tutto è successo». Erano gli anni in cui l’Italia trovava la sua «respirazione artificiale per resuscitare il vecchio buon umore». Una boccata d’aria in grado di far superare i legami, talvolta ingombranti, con il decennio precedente. Come all’epoca ammetteva lo stesso Caputo cantando con parole tutt’altro che casuali: «Io con questa faccia e il mio passato da dimenticare». Sergio, infatti, già allora parlava con cognizione di causa. Anche nel decennio precedente, giovanissimo, non era stato uno di quelli rimasti a guardare dal balcone: gli anni ’70 lo avevano visto partecipe, anche se dall’altra parte della strada, a scandire il suo impegno leggendo Allen Ginsberg, Gregory Corso, Hemingway, Bukowski e i Cantos di Ezra Pound. La sua era già allora una battaglia non-conformistica «contro – scriveva nella rivista studentesca L’Alternativa di cui lui era ideatore, grafico e vignettista – gli apriorismi delle filosofie e delle ideologie, contro la società dei consumi, contro la repressione psicologica operata dai persuasori occulti, contro l’inattuale staticità delle ripartizioni politiche, contro la reazione, contro il liberalismo, contro il livellamento, contro la massificazione…». E in suo articolo di quegli anni Sergio si schierava senza esitazione dalla parte della contestazione del ’68 che, a suo dire, «aveva evidenziato i problemi delle nuove generazioni, insofferenti e stanche di una società nella quale non si riconoscevano, incapaci di affrontare e soddisfare le loro esigenze sociali e culturali». Dopo di che fissava un preciso riferimento esistenziale e letterario nel «vasto e valido fermento giovanile degli anni ’50, di cui si erafatto portatore lo scrittore americano Jack Kerouac». Numerose le tracce lasciate dal Caputo degli anni studenteschi: poster, manifesti, adesivi, fumetti… E, ovviamente, la musica. Il suo stesso primo singolo, Libertà dove sei, nasceva in qualche modo da quei fermenti e da quelle passioni.
Qualche eco di tutto questo affiora adesso nel romanzo. «Io lavoravo come copyrighter free lance e me la cavavo bene… passavamo lunghe serate a ipotizzare nuovi stili musicali, disquisire di futuri mezzi di comunicazione, dell’interazione fra diverse forme d’arte d’arte», spiega di quegli anni Max Paisani, aggiungendo che lui in quel fermento era capace di riuscire a far convivere parallelamente – e simultaneamente – anche situazioni apparentemente contrapposte «che in qualche modo condividevano la stessa zona spazio-temporale, ma che secondo me non sarebbero state compatibili tra loro, e io riuscivo a passare disinvoltamente dall’una all’altra senza subire grossi danni a livello cerebrale». Innegabile il riferimento autobiografico all’avvio della stagione freak dello stesso Caputo, quando cominciò a suonare e cantare prima al Convento Occupato, poi al Murales, infine al Folk Studio. E qui – vera e propria palestra della cosiddetta scuola romana dei cantautori – incontrerà il suo “scopritore”, il musicista- giornalista Ernesto Bassignano (detto Bassinger) e la vocazione musicale prende il sopravvento.
«C’era musica dappertutto, e non solo – racconta ancora il protagonista del romanzo – nei locali, anche per la strada. La musica era il collante sociale di quegli anni controversi e difficili, pieni di conflitti ed equivoci culturali. Il più grosso dei quali era il modo in cui i miti della musica e della cultura americana riuscissero a convivere con un viscerale antiamericanismo, tendenza che per quanto mi riguarda era incomprensibile: tutti i miei idoli, da Charlie Parker a Jimi Hendrix, dai poeti beat a Andy Warhol, erano americani… Così come consideravo idiota farsi chiamare hippy e andare alle dimostrazioni antiamericane. Ma quelli erano anni strani…». Anni in cui, comunque, «i più svariati e curiosi elementi si mescolarono e si fusero insieme, dal jazz alla poesia sudamericana, dall’hippie al radical chic, dal femminismo militante al sesso libero e spensierato, dall’anticonformismo a un conformismo di segno diverso e non per questo meno fastidioso…».
Alla luce anche di questo, in una sorta di «pellegrinaggio retroattivo», il romanzo si dipana in una storia che si legge tutta d’un fiato, scritta con un linguaggio davvero swing e che ricorda le atmosfere e le situazioni delle canzoni più famose di Caputo. È un viaggio in dieci giornate del protagonista tra miti letterari, colonne sonore, derive esistenziali, scritto con il più divertito e scanzonato sdoppiamento di un sogno possibile. «La storia, la nostra storia – spiega Max Paisani – si materializza sulle pagine solo man mano che la viviamo, un giorno dopo l’altro». Il giorno prima di tornare negli Stati Uniti, Max la combina grossa: perde senza motivo il suo passaporto. È quindi costretto a un periodo imprevisto di vacanza forzata a Roma – la sua città natale, da cui manca da 25 anni – mentre aspetta i documenti dall’ambasciata americana. Afflitto da una specie di crisi della mezza età e dalle sue manie croniche – le allucinazioni psicofoniche che si porta indietro dall’infanzia, la fobia per Le Muse Inquietanti di De Chirico, il tormento di un intervistatore fantasma – sta davvero vivendo un momento difficile della sua vita. C’è poi la crisi del suo matrimonio, il senso di sradicamento che prova negli Usa («io come un completo sconosciuto, una nullità in un mondo competitivo e spietato»), la sensazione di aver sciupato la sua carriera. Ma improvvisamente avviene quello che Gurdjieff chiamava lo “shock addizionale”: «Subito cominciano a succedere “cose”. Incontriamo persone. Imbocchiamo strade che ci portano lontano, in luoghi che non avremo mai immaginato di raggiungere». Tutto sembrava bloccato lì, da anni, la propria storia, l’amore, i sogni, tutto girava a vuoto: «Poi è successa una cosa che non doveva succedere: ho perso il passaporto. E senza saperlo con la mia sbadataggine ho cambiato le carte in tavola, ho scritto qualcosa sulla pagina bianca. Tutto ha già iniziato a cambiare. Alla grande».
E in effetti una serie a catena di incontri – il suo agente The Rain, lo scoopologo Nick Di Lazzaro, la studiosa di letteratura inglese Angela Griffith, il funzionario dell’ambasciata americana Hector Gonzales e altri singolari personaggi – lo coinvolgono in una cena di gala dedicata a John Keats e in un finto scoop da rivendere ai giornali. Max si lascia guidare da queste figure e viene travolto dagli eventi accumulando un fardello di problemi che dovrà affrontare di corsa così come ha affrontato tutta la sua vita: disperatamente, e in ritardo cane. Ne esce fuori una vicenda raccontata a più dimensioni – la narrazione in tempo reale, i flash back nella Roma degli anni ’70 e ’80, i sogni del protagonista, le sue chiacchiere in chat room, gli incontri di coscienza col fantomatico intervistatore fantasma, i monologhi interiori, i colpi di scena. L’ironia scorre a fiumi e il lettore non può fare a meno di leggere e ridere contemporaneamente. Straordinari poi gli squarci di una Roma che va dal ricordo dei caseggiati neorealisti dell sua infanzia al cosiddetto Trinkangolo delle Bermude («il distretto immaginario i cui confini invisibili racchiudono piazza Navona, Campo de’ Fiori, Trastevere e Testaccio»), da Piazza di Spagna a Via Veneto sino al Cimitero a-cattolico e al chioschetto del Café du Parc… E non mancano pagine toccanti come quando il protagonista rievoca la morte del padre: «Mi avvento contro quella porta a calci e a pugni, preso da una rabbia inutile e impotente come tutte le parole che non sono riuscito a dirgli, come il nostro addio mancato… La sera stessa ero già più di mille chilometri lontano, su un palcoscenico a guadagnarmi da vivere, come lui stesso mi avrebbe detto di fare. Quella sera dal palco gli feci una dedica, e mio padre prese l’unico vero applauso della sua vita».
Il messaggio finale è esplicito: «Ricordati, finché ci resta tempo da vivere la partita rimane aperta». Perché c’è sempre un’altra possibilità: «Il nostro destino è una cosa, la direzione che la nostra vita prenderà è un’altra». Una lezione che il protagonista ha imparato incontrando una volta Keith Richard: «Mi ha insegnato molto, per esempio che non bisogna mai pensare di essere rimasti senza cose da dire. Che non bisogna mai arrendersi alla tentazione di auto-omologarsi...».
Luciano Lanna, laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1992 e scrittore (autore, con Filippo Rossi, del saggio dizionario Fascisti immaginari. Tutto quello che c'è da sapere sulla destra, Vallecchi 2004), oltre ad aver lavorato in quotidiani e riviste, si è occupato di comunicazione politica e ha collaborato con trasmissioni radiofoniche e televisive della Rai. Già caporedattore del bimestrale di cultura politica Ideazione e vice direttore del quotidiano L'Indipendente, è direttore responsabile del Secolo d'Italia.

lunedì 5 maggio 2008

Piacevole, ammiccante, ma il rock di Pelù non ci trascina più (di Federico Zamboni)

Articolo di Federico Zamboni
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 4 maggio 2008
Lo si poteva immaginare già a suo tempo: dalle ceneri dei Litfiba – gruppo mutevole nello stile e altalenante nei risultati, ma sorretto a lungo da una determinazione caparbia e a suo modo sincera – non sarebbe risorto nessuno. Né Piero Pelù, il cantante carismatico e spettacolare, né Ghigo Renzulli, il chitarrista decisivo nel plasmare il suono della band ma privo di qualsiasi appeal estetico: e perciò condannato, suo malgrado, a restarsene in secondo piano, completamente offuscato dall’impatto straripante del suo socio, d’arte, e rivale, d’immagine.
Messi insieme si integravano a vicenda, costringendosi l’un l’altro a uscire dal circuito chiuso delle preferenze individuali. Come nei cocktail alcolici, una bella dose di Pelù, o di Renzulli, era quello che ci voleva per aggiungere sapore e personalità alla mistura finale; da soli, invece, il cocktail smette di essere un cocktail: esclusivo fa rima con eccessivo; e a meno che non si voglia solo prendere una sbornia...
A nove anni di distanza dalla separazione, avvenuta in malo modo e sfociata in una vera e propria contesa sulla titolarità del nome della band (con vittoria legale di Renzulli), il bilancio è inequivocabile. E modesto. La tensione creativa che fu dei Litfiba è andata perduta, cedendo il posto ad album che in ogni caso restano troppo prevedibili per risultare davvero interessanti. Davvero coinvolgenti.
Specialmente Pelù, che da solista si è visto costretto a trovarsi da sé anche la musica, ha sbandato vistosamente, e fatalmente, verso l’intrattenimento fine a se stesso. Nel tentativo di produrre brani di forte impatto, ha confuso la seduzione immediata del grande rock con l’orecchiabilità ammiccante, e insinuante, del pop di più vasto consumo. Brani come Io ci sarò o, soprattutto, Amore immaginato, sono roba da Festivalbar, indegna di un artista che ci aveva abituati a ben altra intensità e che, ancora pochi anni fa, affermava di avere il proprio rocker di riferimento in Iggy Pop.
La differenza, ancora prima che negli esiti, risiede nell’approccio. E l’approccio peggiore, naturalmente, è quello di fare della musica un mestiere a oltranza, che deve andare avanti comunque e che antepone il successo di vendita a qualsiasi altro criterio. Mentre i migliori sono spietati innanzitutto con se stessi, e sanno sempre distinguere tra confezione e sostanza, gli altri si accontentano. Si concentrano sull’allestimento e, a forza di lavorarci, si scordano dell’abisso che separa l’ispirazione autentica dalla semplice abilità. Ascoltano i missaggi finali e constatano, soddisfatti, che suonano bene: ma è come osservare dell’ottone lucidato e, solo perché brilla, illudersi che sia oro.
Prendete il nuovo disco, in particolare. Pelù lo ha presentato annunciando un ritorno al rock. «Un album essenziale dal punto di vista degli arrangiamenti. Ho scoperto dopo tanti anni che la formula del trio chitarra-basso-batteria mi permette di interpretare le canzoni come voglio, senza essere costretto a fare vocalizzi virtuosistici. Con tutto il rispetto dovuto a una band-mito, gli Who facevano la stessa cosa.»
Okay: gli Who. Ma quali? Quelli di Can’t Explain e My Generation, c’è da supporre. Quelli che allora, a metà degli anni Sessanta, avevano vent’anni o giù di là: e che sprigionavano energia allo stato puro senza alcun bisogno di pensarci. Senza alcun bisogno di volerlo. Gli Who che non passavano in rassegna diversi tipi di sound e, dopo attenta ponderazione, decidevano di essere più o meno essenziali. Più o meno “rock”. Gli Who, in quell’iniziale e splendido momento del loro percorso, facevano quel che facevano perché erano quel che erano. Ed era appunto questo, assai prima delle chitarre elettriche o della scansione ritmica, a iscriverli di diritto nella migliore tradizione del rock. Aristocrazia selvaggia e sfrenata, e persino autodistruttiva, ma nobilitata dalla sua stessa urgenza. Dalla sua stessa rabbia.
Pelù sembra non rendersene conto (il che, paradossalmente, potrebbe andare a suo merito, attestando che lo sbaglio resta artistico e che l’uomo, al contrario, è in perfetta buona fede) ma il problema è proprio quello di pensare all’album «dal punto di vista degli arrangiamenti». E alla band in termini di «formula». Un conto è essere consapevoli che ogni tipo di espressione assume una particolare forma; ben altro è stabilire a priori che quella forma dovrà attenersi a un orientamento rigidamente prefissato.
Come ha giustamente scritto Marinella Venegoni su La Stampa «l'urgenza comunicativa del buon Pelù, qui per lo più autore di testi e musiche, finisce per avere la meglio sulle ragioni artistiche. I testi si accavallano di concetti: e anche in concerto si respira quando viene fuori il vecchio Spirito libero, e bastano poche parole a lasciar immaginare un mondo che invece le nuove cose, infarcite di suoni, ti buttano addosso. Alla fine è nelle ballad, come Viaggio e Amor diablo, che l'artista riesce a dare il meglio».
La verità è tutta qui, in fondo. Pelù è un ottimo cantante, e un eccellente performer, ma come compositore non regge il confronto. Le sue intenzioni sono di gran lunga superiori alle sue capacità. E la parte migliore, infatti, sono i testi. E, prima ancora, il desiderio di esprimere concetti condivisibili. «Non c'è la volontà di approfondire le cose. Siamo arrivati al consumismo sfrenato. Come dico in Tutti fenomeni, il mio singolo, siamo tutti "passati dalla lotta alla lotteria". Non solo gli adolescenti ma anche molti adulti sono entrati nelle logiche perverse della televisione».
Insomma: Pelù ha ancora gli occhi buoni. E la maturità, anzi, lo rende più lucido di un tempo, quando l’ebbrezza della sua stessa gioventù lo risucchiava in un mondo di sensazioni fortissime ma di riflessioni ancora frammentarie. Oggi, a 46 anni compiuti, osserva la realtà e vede dove bisogna, dove bisognerebbe, colpire. Ma l’arco si tende a fatica, nonostante l’impegno. E il bersaglio, proprio perché è ambizioso, rimane troppo lontano. Rimane irraggiungibile.
Federico Zamboni, nato a Milano nel 1958 ma cresciuto a Roma, è giornalista e conduttore radiofonico. Tra il 1979 e il 1981, con lo pseudonimo di Claudio Fossati, ha tenuto una rubrica (quasi) fissa sul quindicinale “Linea”, dedicata a quella che allora si chiamava la “musica giovanile”. Dopo aver smesso di scrivere articoli per circa 15 anni, dedicandosi a tutt’altre cose, ha ripreso a pubblicare regolarmente nel 2000. Prima su “Ideazione.com”, poi sui quotidiani “Linea”, di cui è stato caporedattore fino al maggio scorso, e “Secolo d’Italia”.

Un Callaghan tutto italiano nei giorni del G8 (di Giovanni Tarantino)

Articolo di Giovanni Tarantino
Dal Secolo d'Italia del 1 maggio 2008
Tra i numerosi spunti offerti dall’ultimo numero di Charta minuta, mensile della Fondazione Farefuturo, intitolato «La rivincita dei buoni sentimenti», spicca sicuramente l’analisi di Filippo Rossi che invita a «Uscire fuori dal tunnel del cattiverio»: un rivolgimento al mondo della destra affinchè sappia prendere coscienza della propria storia superando cancellando l’immagine stereotipata e abusata che spesso le è stata cucita addosso dagli avversari. Una destra senza complessi, insomma, che sappia definitivamente mettersi in gioco nell’attuale mescolamento creativo delle identità politiche: un laboratorio che secondo le ultime tendenze elettorali, che l’hanno vista vincente, sembra funzionare.
E Rossi traccia la via maestra verso il recupero di un’idea di politica solare, volontarista e maggioritaria, eleggendo a simbolo di questa realtà politica e culturale un personaggio “eroico”: Michelangelo Fournier, vice questore aggiunto al primo Reparto mobile di Genova nei giorni del G8 del luglio 2001. Fournier, da sempre definitosi di destra, lo scorso anno ha deciso di raccontare la sua verità in merito agli inquietanti scenari della scuola Diaz di Genova. «Io sono cresciuto da ragazzo – si legge nel pezzo che cita testualmente Fournier – con la passione degli anarchici di destra come Longanesi e Prezzolini e ho studiato a Roma al San Leone Magno. Se sono di destra? Diciamo che se mi chiedi chi sono i più grandi uomini del ’900 dico Roosevelt, Ho Chi Minh, Ataturk, Nelson Mandela e Lech Walesa. E aggiungo che nella mia libreria, accanto a Junger e Céline, ci sono Gogol e Dostoevskij, Steinbeck e Kerouac…» Poi Fournier, con coraggio, torna anche sui tragici fatti della notte del 22 luglio di 6 anni fa: «Se non fossi e non mi sentissi poliziotto democratico tra poliziotti democratici di un paese democratico, non avrei detto ai magistrati di Genova quel che ho detto. Non sarei più tornato in una piazza o in uno stadio. Non avrei più avuto il coraggio di guardare negli occhi i ragazzi del nucleo che comando. Invece, io, nelle piazze e negli stadi ci sono tornato, almeno cento volte l’anno da sei a questa parte».
Le parole di Fournier rimandano inevitabilmente al contesto dei giorni del G8, agli scontri, alla tensione, all’episodio della morte di Carlo Giuliani e alle violenze della Diaz e di Bolzaneto. Tutti fatti che hanno ispirato anche lo scrittore genovese Claudio Asciuti, che ha dedicato a quei giorni un romanzo, I semi di Marizai (pp. 179, Fanucci Editore, euro 14).
Asciuti, classe ’56, genovese doc, scrittore anticonformista e ribelle e che si definisce «un anarchico di destra, o meglio un anarca, nel senso che Jünger dà a questo termine», collabora con le riviste Carmilla e Pulp e si occupa di fantasy sin dagli anni ’70, quando scriveva per Re Nudo e Gong; con La notte dei Pitagorici, pubblicato da Mondadori nel 1999, ha anche vinto il premio Urania. Sullo sfondo de I semi di Marizai, come è già stato detto, lo scenario del G8 “zeneise”: 560 feriti, 301 arrestati, circa 50 miliardi di danni e un morto, Carlo Giuliani. Il libro di Asciuti è romanzo a tinte forti e vede protagonista un detective di destra, chiamato “Il Nero”, ma ricordato negli ambienti di destra da cui proviene anche come “Mezza cartuccia”, e che non manca di fornire delle vere e proprie chicche storiche su alcune realtà della destra giovanile, come l’episodio della “partecipazione” di Biagio Cacciola, all’epoca dei fatti presidente del Fuan, alla contestazione di Luciano Lama nel ’77 a fianco degli “indiani metropolitani”.
«Il “Nero” è un personaggio – spiega Asciuti – simile ai fascisti di una volta, quelli un po’ socialisti e anticapitalisti, differenzialisti ma non razzisti, antiamericani ma non antisemiti. Un Marlowe della destra radicale. O un Callaghan nostrano…».
Il “Nero”, s’intuisce sin dalle prime righe, non è poi molto lontano dalla figura rappresentata nella realtà da Michelangelo Fournier, ma la sua professione, quella di detective privato, lo porta alla ricerca di una ragazza misteriosamente scomparsa durante le giornate di Genova. L’indagine si rivela subito complessa, non solo per il clima pesante creatosi in città, ma anche per la fama ambigua che da tempo accompagna il detective: un non-conformista di destra, estremamente leale e idealista, pronto a mettere tutto in gioco per portare a termine la sua missione. Nei vicoli del centro storico e nei locali della vecchia mala, fra confidenti, no global, poliziotti e carabinieri, il “Nero” approderà ad una verità ben diversa da quella ufficiale o da quella urlata dalle forze dell’opposizione: una delle tante verità, quelle che in Italia non si possono raccontare, difesa da un uomo che, come nel caso di Michelangelo Fournier, fa crollare gli stereotipi e ogni idea di destra becera, imposta per anni dagli avversari e da false propagande, facendo emergere una che torna a essere giusta, garantista, buona e normale.
Giovanni Tarantino è nato a Palermo il 23 giugno 1983. Collaboratore del Secolo d’Italia, si è laureato in Scienze storiche con una tesi dal titolo Movimentisti. Da Giovane Europa alla Nuova destra.